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L’economia della bicicletta corre. In Italia i ciclisti crescono del 27%

In Europa investito un miliardo in infrastrutture e progettati oltre 2.300 km di nuove ciclabili

(di Stefano Panzeri)

Insieme alla vita di molti, la pandemia ha inciso sulle abitudini di spostamento. A mutare le usanze è stata l’esigenza di trovare soluzioni alternative per una parte dei passeggeri del trasporto pubblico, non più in grado di salire su bus e treni per le capienze ridotte rese necessarie per creare il distanziamento fisico anti contagio. La scelta preferita da molte amministrazioni è stata di puntare sulla mobilità dolce, considerata la più adeguata per agevolare spostamenti distanziati ed evitare il passaggio massiccio all’auto privata. Nella sola Europa i decisori hanno investito un miliardo di euro in infrastrutture per le due ruote, progettato più di 2.300 km di nuove ciclabili (oltre la metà già realizzate) e predisposto incentivi per l’acquisto di due ruote a pedali o mezzi di micromobilità.

Cresce il numero di ciclisti nel mondo

Una politica che ha dato i suoi effetti incrementando l’uso delle bici. Ad affermarlo è l’European Cyclists’ Federation (Ecf) che ha stimato la possibile crescita dei ciclisti analizzando i diversi strumenti disponibili. Il più attendibile fa riferimento agli Eco-Counter, il sistema di contatori automatici di pedoni e ciclisti attivo in 55 Paesi del mondo con oltre 18.000 rilevatori. Nel raffronto tra i monitoraggi di settembre 2019 e lo stesso mese del 2020 si registra un incremento di ciclisti generalizzato con +25,3% in Portogallo, +24,5% in Francia e del +20% in Germania e nel Regno Unito. Percentuali rimaste consistenti nei mesi successivi, in particolare in Spagna e Portogallo.

In Italia il monitoraggio di Eco-Counter di settembre segna un +27,5%, il più alto in Europa e con punte di variazioni più sostenute (a maggio +81%). Conferme arrivano da rilevamenti di Fiab (Federazione italiana ambiente e bicicletta) con la sezione di Milano a registrare in un censimento effettuato a settembre incrementi del 53 e 77% in tratti con ciclabili preesistenti e del 122% lungo la nuova infrastruttura di Corso Buenos Aires.

L’economia della bicicletta

La crescita dell’uso delle due ruote porterebbe diversi vantaggi, a cominciare dal rilancio dell’economia. Delle 20 milioni di bici vendute in Europa nel 2019, 12,7 sono prodotte nel Vecchio Continente generando, secondo lo studio The Benefit of Cycling di Ecf nel 2018, un giro d’affari di 13,2 miliardi di euro considerando soltanto la produzione di biciclette, di componenti e accessori. Un valore, secondo le previsioni, destinato a crescere del 5,5% all’anno fino al 2022 con effetti positivi anche sull’occupazione. Oggi gli impiegati europei sono più di 100.000, computo che sale a 654.909 considerando anche i settori del cicloturismo e del noleggio di bici che, come vedremo, accrescono di molto il giro d’affari del settore a pedali.

A dominare il settore è l’Italia, almeno in base all’ultima analisi resa pubblica da Conebi (Confederation of the European Bicycle Industry) relativa al 2016, quando in Europa si sono vendute 19,6 milioni di bici. Un anno nel quale l’Italia era leader del settore con 2,339 milioni di unità prodotte, davanti a Germania (1,971) e Portogallo (1,904). Il dominio è più marcato nel comparto dei componenti e degli accessori dove il Bel Paese ha una quota del 28% della produzione continentale (sul podio Germania e Romania con il 17%). Diversa la classifica per bici a pedalata assistita dove primeggia la Germania (352.000 unità), davanti a Olanda (200.000) e Ungheria (171.000), mentre l’Italia è all’8° posto con 60.000 unità. I tedeschi sono primi anche per numero di occupati diretti (9.478 contro i 5.704 dell’Italia, seconda in classifica) e per giro d’affari, pari a 5,2 miliardi di euro. Viceversa, secondo il V Rapporto Artibici di Confartigianato l’Italia è leader nelle esportazioni con 1.776.300 unità nel 2019 (16,6% del mercato Ue) per un valore di 609 milioni di euro (il terzo dopo Germania e Paesi Bassi), pari all′11,2% dell’export dell’Ue a 28. Includendo i componenti, l’Italia diviene la quarta potenza mondiale (+7,2% rispetto al 2018) con la leadership in alcune parti, come le selle (il 54,6% dell’export mondiale è Made in Italy) e i cerchioni (13,6%).

Vendite in aumento nel 2020

In aumento sono pure le vendite di bici in Italia dove il 2019 si è chiuso con un incremento del 7% che ha portato le consegne a quota 1.713.000 unità. Per il 2020 Pietro Nigrelli, responsabile per il settore bici di Ancma (Associazione nazionale ciclo motociclo accessori), prevede una crescita del 20% per arrivare a oltre 2 milioni unità, delle quali 230-240.000 e-bike (nel 2015 erano 56.200, 195.000 nel 2019). Un andamento sospinto dal bonus mobilità che ha concesso agevolazioni per l’acquisto di 558.725 mezzi (inclusi i monopattini). Risvolti positivi si attendono anche per la produzione nazionale (+20%), per il fatturato delle aziende (passato da 1,35 a 1,5 miliardi) e per l’occupazione (+6%).

Il contributo del cicloturismo

Più marcato per l’economia è il contributo del cicloturismo, stimato dallo studio The Benefit of Cycling di Ecf in 44 miliardi di euro grazie a 2,3 miliardi di viaggi/anno in Ue e a un’occupazione di 525.000 addetti. Qui l’Italia è meno brillante rispetto ad altri Paesi registrando, secondo il Rapporto Isnart-Legambiente 2020, un giro d’affari intorno ai 4,7 miliardi di euro, pari al 5,6% delle entrate generate dal turismo. Il merito è dei 55 milioni di pernottamenti, dei quali 34,1 (il 63%) derivato da utenti stranieri che portano nelle casse italiane 2,9 miliardi. Il potenziale, però, potrebbe essere di 5 volte superiore, ossia superare i 20 miliardi di euro, se negli oltre 58.000 km di ciclovie nazionali si riuscisse a ottenere la stessa redditività (circa 338.000 euro/km) presente in Trentino-Alto Adige sui suoi 3.256 km di itinerari.

A evidenziare il potenziale nazionale dei viaggi a pedali è pure lo studio Cycling Works di Ecf dove i 13.792 impiegati italiani appaiono pochi rispetto ad altri Paesi più avanzati nel turismo a pedali. In Germania i posti di lavoro sono 177.102, in Francia 54.288 e in Ungheria, dove la ciclabile del Danubio è una forte attrattiva per i ciclisti europei, 49.401. Fanno meglio di noi anche nazioni meno seducenti per turismo e meteo, come Polonia (36.360 addetti), Svezia (18.548) e Finlandia (15.817). Da sottolineare che si tratta di posti di lavoro di rilievo poiché dislocati in prevalenza in borghi o in aree naturali dove spesso l’occupazione è carente e costringe le persone a spostarsi in città in cerca di lavoro con conseguente aggravio di traffico e inquinamento.

L’economia “invisibile”

Nell’economia della bici dovrebbero rientrare altre voci. Il presidente di Fiab Alessandro Tursi sottolinea come il computo economico del comparto turismo considera soltanto i ricavi derivati da chi fa viaggi in bicicletta. In realtà, sarebbero da includere altre forme di turismo a pedali, come il nolo breve delle bici per visitare una città d’arte o per farsi una pedalata in montagna durante una vacanza non necessariamente ciclistica.

Nel computo economico potrebbe ricadere pure il maggiore indotto originato nei quartieri a misura di bici. Secondo le analisi dell’European Cyclists’ Federation, i ciclisti generano un giro d’affari di 111 miliardi di euro in Unione europea, spendono di più degli automobilisti, sono più fedeli e di maggiore supporto all’economia locale. Di fatto, l’adozione di aree ciclopedonali rafforza lo shopping di prossimità e incrementa la redditività dei negozianti. In modo analogo, la presenza del bike sharing migliora la produttività nell’economia urbana: a Dublino, ogni 1 euro investito nella condivisione ha creato 12,3 euro di benefici in termini di tempo risparmiato, salute ed economia locale.

In calo costi sanitari e ambientali

Se l’economia diretta del settore in Europa vale 57,2 miliardi euro (13,2 per produzione e riparazione e 44 di cicloturismo), il computo monetario sale fino a 150-155 miliardi considerando i risparmi originati dall’uso delle due ruote, sempre secondo lo studio The Benefit of Cycling. La parte più consistente del risparmio deriva dalla riduzione delle spese sanitarie dovute al migliore stato di salute dei ciclisti e alla riduzione dell’inquinamento. L’uso della bici per Ecf

evita 18.110 decessi prematuri all’anno nell’Unione europea a 28 paesi, pari a un valore economico di 52 miliardi, e contribuisce a una vita più sana aiutando a prevenire un gran numero di malattie gravi e croniche per un controvalore di 21 miliardi. Di fatto, si tratta di 73 miliardi ai quali si aggiungono altri 5 miliardi dovuti alle minori assenze al lavoro e altri 735 milioni, derivati dalla riduzione inquinamento atmosferico (435 milioni) e acustico (300 milioni). All’ambiente sono attribuibili pure i benefici per la riduzione delle emissioni di CO2 (16 milioni di tonnellate/anno) con risparmi compresi tra i 600 milioni e 5,6 miliardi a seconda del costo attribuito all’anidride carbonica.

I benefici si moltiplicano

Vantaggi arrivano pure dal risparmio di oltre 3 miliardi di litri all’anno di carburante, per un valore di circa 4 miliardi l’anno, e dalle inferiori spese sostenute durante la fase di produzione dei mezzi per il minore impiego di materiale utilizzato per la costruzione della bici rispetto all’auto. La rinuncia alla quattro ruote porta anche a una minore congestione (-6,8 miliardi), al taglio delle spese per la costruzione e la manutenzione delle infrastrutture stradali (-2,9 miliardi) e al minore consumo del suolo (il posto di un singolo parcheggio d’auto può ospitare fino a 15 bici). Tra i plus della bici ci sono pure un incremento della mobilità sostenibile e multimodale: una ricerca olandese mostra che il 44% dei pendolari in treno nei Paesi Bassi usa la bicicletta per raggiungere la stazione ferroviaria da casa.

Ai risparmi per la collettività si potrebbero aggiungere quelli individuali. Le due ruote a pedali hanno listini accessibili e costi di gestione e manutenzione pari al 5% (10% per le e-bike) rispetto all’auto. Di fatto, Ecf stima un costo annuo per il possesso e l’uso di una bicicletta in 300 euro (600 per i modelli a batterie) contro i 6.000 euro necessari per l’auto. Una spesa contenuta che favorisce la partecipazione alla vita sociale anche alle persone più svantaggiate, migliora le interazioni sociali e aumenta la coesione tra classi diverse. Da sottolineare come alcuni “risparmi” non sono economici, ma di qualità, come il calo dei malati e dei decessi.

Le politiche per un futuro a pedali

Se la pandemia ha incrementato gli spostamenti pedali, rimane da verificare se la crescita sarà durevole o si esaurirà con l’auspicabile ritorno alla normalità sanitaria. L’ipotesi più probabile è un rafforzamento della mobilità dolce in futuro, favorita anche dalle normative internazionali pensate per contenere i cambiamenti climatici e l’inquinamento urbano. A puntare su ciclisti, pedoni e altre forme di mobilità green è pure la Commissione europea che di recente ha approvato il nuovo piano per una mobilità sostenibile, intelligente e resiliente. Un progetto che prevede il taglio del 55% delle emissioni dei gas serra dei trasporti (oggi rappresentano un quarto del rilascio in Ue, unico settore in crescita) entro il 2030 e del 90% entro il 2050. Una percentuale, quest’ultima, che di fatto significa l’azzeramento delle emissioni per gli spostamenti urbani (il 10% residuo andrebbe a carico di aviazione, navigazione e altri trasporti pesanti).

Le previsioni degli esperti

A prevedere un futuro roseo per le due ruote sono diversi studi. Per “The way foward”, report realizzato da 346 esperti di mobilità di tutto il mondo per l’associazione Transport for under two degrees, nel 2050 quasi sei cittadini su dieci (58%) pedaleranno, un valore inferiore soltanto a quello dell’utilizzo dei mezzi pubblici (96%). Per contro, l’uso dell’auto crollerà al 31%. Molto positive sono le previsioni del Bike Market Outlook & Perspectives elaborato da Cycling Industries Europe (Cie), Conebi ed Ecf con un aumento del 47% (rispetto al 2019) delle vendite nell’Unione europea a 28 entro il 2030, pari a un plus di 10 milioni di unità che porta a 30 milioni il totale delle consegne. A trainare la domanda saranno le e-bike, modelli pensati per allungare i tragitti e per ridurre la fatica. Già cresciute del 23% nel 2019 arrivando a 3,7 milioni di unità, le vendite sono attese in forte ascesa nel 2020 e dovrebbero toccare quota 17 milioni nel 2030.

A rafforzare le predizioni per un futuro “elettrico” è l’analisi di Hannes Neupert, presidente dell’organizzazione attiva nel monitoraggio del mondo e-bike ExtraEnergy, basate su un’analoga situazione del passato, quella vissuta in Cina nel 2002 con la crisi sanitaria dovuta alla Sars. Evento dal quale è scaturito un boom di e-bike portando le vendite da 1,6 a 6,7 milioni in tre anni, trend proseguito arrivando nel 2005 a quota 12 milioni di consegne e salito fino alle 40 milioni di “pezzi” attuali. Un andamento, secondo Neupert, replicabile anche nell’Europa post Covid, seppur in forma minore, con benefici importanti per il fatturato delle aziende del settore dovuto al maggiore prezzo dei modelli a batterie rispetto a quelli tradizionali.

In Italia è cambiata la cultura

Se i presupposti sono positivi a livello internazionale, per l’Italia dovrebbero essere ancora migliori. “In un’estate”, spiega Alessandro Tursi di Fiab, “abbiamo recuperato ritardi storici rispetto ad altri Paesi evoluti nella ciclabilità, come Olanda e Danimarca, approvando modifiche del Codice della strada come la “casa avanzata” al semaforo, il senso di marcia contrario o le semplificazioni per la realizzazione delle corsie ciclabili. Nel contempo sono state approvate norme a favore degli spostamenti a pedali, come il decreto che stanzia oltre 123 milioni di euro per lo sviluppo di ciclovie urbane e ciclostazioni. Una serie di novità che consentiranno alle amministrazioni locali di prevedere interventi rapidi ed economici per rendere più agevoli e sicuri gli spostamenti in bici, di fatto, incentivandone l’uso. Un orientamento che sarà perseguito dalla maggioranza dei sindaci, perché la vera rivoluzione verificatasi negli ultimi mesi è il cambio della cultura della mobilità a favore di quella “dolce”. Un buon segno per il futuro delle bici”.

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